• 16 October 2026
Scrivere con l'AI

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Chi scrive ogni giorno con un assistente accanto conosce una sensazione difficile da spiegare. Il testo è corretto, ordinato, perfino elegante, ma a rileggerlo sembra scritto da qualcun altro, o da nessuno in particolare. Manca quel modo di girare la frase, quella parola un po’ storta che è il tuo modo di stare al mondo. Questo articolo propone un esercizio di igiene cognitiva per usare l’AI senza smarrire la voce, partendo da ciò che sappiamo, e da ciò che ancora non sappiamo, su come questi strumenti cambiano la scrittura.

Perché lo stile tende alla media

Un modello linguistico è costruito per produrre il testo più plausibile dato il contesto. Per sua natura tende quindi verso ciò che è probabile, e ciò che è probabile è, quasi per definizione, ciò che somiglia a molto altro. Esiste uno studio di Anil Doshi e Oliver Hauser, pubblicato su Science Advances a luglio 2024 e raccontato in un comunicato dell’Università di Exeter, che mostra proprio questa doppia faccia. Trecento partecipanti hanno scritto microstorie di otto frasi, in tre condizioni: senza AI, con una sola idea suggerita da ChatGPT, con fino a cinque idee. Seicento valutatori hanno poi giudicato i risultati.

Le storie scritte con l’aiuto dell’AI sono state giudicate, in media, più creative e meglio scritte, e il beneficio è stato maggiore per chi partiva con una creatività di base più bassa, mentre i più creativi ne hanno tratto poco. Ma, messe insieme, le storie prodotte con l’AI risultavano più simili tra loro. È il dilemma che gli autori descrivono come sociale: ciascuno scrive un po’ meglio, tutti scriviamo un po’ più uguale. Va detto che si tratta di un esperimento su un compito specifico, e che non dice tutto su come si scrive nella vita reale.

Un esercizio in tre tempi

Il primo tempo è scrivere prima da soli. Anche una bozza brutta, anche tre righe di appunti: ciò che esce prima di consultare l’assistente porta la vostra impronta, e ciò che viene dopo si confronterà con quella. Il secondo tempo è usare l’AI come lettore critico e non come autore: chiedetele dove il testo è oscuro, quali obiezioni un lettore potrebbe fare, che cosa manca. Il terzo è la rilettura ad alta voce, con la matita in mano, tagliando tutto ciò che non direste mai. Se una frase vi suona da brochure, probabilmente lo è.

L’AI come editor e non come autore

La differenza fra editor e autore è nella direzione del flusso. Un editor reagisce a ciò che avete scritto, un autore propone ciò che non avete ancora pensato. Se chiedete all’assistente di scrivere il paragrafo, avrete il paragrafo; se gli chiedete di dirvi dove il vostro ragionamento salta un passaggio, avrete un’osservazione che vi costringe a tornare sul testo. La prima via è più veloce, la seconda tiene allenato il muscolo che vi rende riconoscibili. Per chi ama il tema dello stile e della lingua, La sintassi umana ai tempi dell’AI è un buon punto di partenza.

Segnali di una voce che si sta spegnendo

Alcuni sintomi sono facili da riconoscere. Cominciate a usare le stesse formule in testi diversi. Aprite tutti i paragrafi nello stesso modo. Perdete i vostri piccoli vezzi, le metafore che erano solo vostre, le parole di dialetto o di gergo professionale. Quando rileggete un vecchio testo scritto a mano o senza assistenti, vi sembra più vivo di quelli recenti. Non sono prove, ma sono segnali, e il rimedio è quasi sempre lo stesso: tornare per un po’ a scrivere senza rete.

Un piccolo patto con sé stessi

L’igiene cognitiva, come quella personale, si fa con gesti piccoli e ripetuti. Un patto possibile: un testo a settimana interamente vostro, senza assistenti, anche breve; un’abitudine di rileggere ad alta voce ciò che pubblicate; un criterio di dichiarazione, per cui sapete sempre quanta parte di un testo è venuta da voi. La tecnologia non è il nemico della voce, ma la voce è un’abitudine, e le abitudini si perdono quando smettiamo di esercitarle.