• 18 April 2026
AI, leadership al femminile e parità tecnologica

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Il 2026 è appena iniziato e (lo vediamo) il settore dell’intelligenza artificiale si conferma, sempre di più, come uno dei motori più potenti dell’economia e dell’innovazione globale. Eppure, guardando ai numeri e alle dinamiche di potere che lo attraversano, non può non essere presa in seria considerazione una verità che ritengo essere al momento molto scomoda, e cioè che le donne continuino ad essere una minoranza, soprattutto ai vertici. Non si tratta solo di una questione di rappresentanza, ma di come il futuro tecnologico venga ideato, progettato e governato. Perché quando metà della popolazione è sottorappresentata nei team che costruiscono l’AI, il rischio è che gli algoritmi del domani riflettano e amplifichino i bias di oggi.

A livello globale, le donne rappresentano appena il 22-26% dei professionisti attivi nel campo dell’intelligenza artificiale. Un dato che varia veramente poco a seconda delle aree geografiche e delle specializzazioni, ma che rimane sostanzialmente stabile da anni. Secondo le analisi più recenti sui ruoli emergenti, solo il 24% degli ingegneri dell’AI è donna, e la percentuale scende ulteriormente tra i ricercatori AI e machine learning, fermandosi al 26%. L’unica eccezione relativa è rappresentata dal ruolo di consulente AI, dove a livello globale si raggiunge il 38% di presenza femminile.

I numeri della sottorappresentanza globale

Il divario diventa un baratro quando si osservano le posizioni di vertice. A livello mondiale, meno del 14% dei ruoli dirigenziali senior nel settore AI è ricoperto da donne. In Italia, la situazione è ancora più complessa in quanto solo il 34% delle donne è impegnato in discipline STEM e appena il 26% è direttamente coinvolto nell’utilizzo dell’AI. Numeri che raccontano di un potenziale inespresso e di un’urgenza formativa e culturale che il Bel Paese fatica ancora a tradurre in azioni concrete.

Nonostante questi numeri, esistono figure femminili di altissimo profilo che guidano la strategia e l’innovazione di alcune tra le più grandi aziende tecnologiche mondiali. Sono donne che ricoprono ruoli chiave come amministratrici delegate di aziende leader nei robotaxi e nella mobilità autonoma, responsabili di strategia e affari globali per le principali società di AI generativa, country manager e vice president per colossi come Google, Meta e YouTube in mercati strategici come l’India e il Sud-Est asiatico, fino a chief AI officer in aziende impegnate nell’acquisizione e integrazione di startup. Queste leader non sono solo figure simboliche, no, non lo sono. La loro presenza equivale alla dimensione operativa che porta avanti priorità strategiche, soprattutto attraverso le complessità regolatorie e guidando l’adozione responsabile dell’AI in contesti tra i più competitivi al mondo.

AI Power List e influenza femminile nel settore

Sì, esatto, si chiamano così, le Power list e servono a mappare e a celebrare l’influenza femminile nel settore. In questo modo vengono messe in luce quelle figure operanti in aree cruciali come la sicurezza e la governance dell’AI, dove donne ricercatrici e manager lavorano per rendere i sistemi più trasparenti e allineati ai valori umani. Ce ne sono poi tante altre che si dedicano alla sostenibilità energetica, studiando l’impatto ambientale dei modelli di intelligenza artificiale e cercando soluzioni per ridurlo. Figure di donne operative e di alto livello si trovano anche nel giornalismo, indagando sugli aspetti meno noti e più controversi dello sviluppo tecnologico. Molte di queste ultime lavorano per portare alla luce il lavoro umano nascosto dietro l’addestramento degli algoritmi, un tema etico questo di crescente rilevanza. Non dimentichiamo le fondatrici di quelle organizzazioni che creano percorsi formativi e professionali per le donne e le minoranze nel settore, dimostrando che l’influenza femminile si esercita non solo nei ruoli tradizionali di potere, ma anche in quelli di contropotere critico, fondamentali per uno sviluppo equilibrato dell’AI.

Il contributo italiano all’AI inclusiva

Anche la nostra bella Italia, pur con tutte le sue difficoltà strutturali, vanta un ecosistema di professioniste di altissimo livello che contribuiscono attivamente allo sviluppo di un’AI più avanzata, sia a livello nazionale che internazionale. Sono tante le imprenditrici tech impegnate nella formazione digitale di ragazze e donne, con progetti dedicati all’AI che puntano a colmare il divario fin dalla scuola. Ci sono rettrici di importanti politecnici, figure istituzionali di massimo vertice che guidano la ricerca e la didattica in ambito tecnico-scientifico. Scienziate e ricercatrici sono attive in agenzie spaziali internazionali e università di prestigio mondiale, come Harvard e Oxford, nei campi della biostatistica, della data science e dell’etica digitale. E non vanno dimenticate le pioniere storiche dell’AI, professoresse emerite che hanno gettato le basi della disciplina in Italia e continuano a ispirare nuove generazioni con il loro esempio e la loro lungimiranza. Non farò i nomi di nessuna, non per evitare il lustro che meritano, ma per avere quella sensazione (quasi un sogno direi) di avere davanti numero talmente elevato da portare ad una impossibilità riassuntiva.

AI, tecnologia e giustizia predittiva

La disparità di genere nel settore AI non è solo un problema di equità sociale, ma ha implicazioni realmente profonde sulla qualità e sulla sicurezza della tecnologia che produciamo. I sistemi di intelligenza artificiale vengono addestrati su dati del mondo reale, che inevitabilmente riflettono disuguaglianze strutturali. Se a progettarli sono gruppi omogenei, si rischia di automatizzare e amplificare questi pregiudizi, creando algoritmi che discriminano inconsapevolmente in ambiti delicati come la selezione del personale, l’accesso al credito e la giustizia predittiva (che parolone vero?). Le donne portano esperienze di vita e punti di vista differenti, fondamentali per progettare soluzioni tecnologiche che rispondano ai bisogni di tutta la società, non solo di una parte di essa. Inoltre, le figure femminili presenti nei riconoscimenti internazionali sono spesso in prima linea su temi come la sostenibilità ambientale dell’AI, la tutela dei lavoratori e la trasparenza degli algoritmi, dimostrando che la diversità è un valore aggiunto per un’innovazione davvero sostenibile. Questo vuol dire che il rischio concreto potrebbe essere che l’AI, se sviluppata in modo non inclusivo, renda la disuguaglianza strutturale oggettiva, e quindi ancora più difficile da contrastare.

Come aumentare la presenza femminile nell’AI

Se da un lato i dati statistici confermano una persistente disparità di genere, dall’altro è innegabile che esista una rete sempre più visibile e influente di donne che stanno guidando il cambiamento. La domanda è: come accelerare questa transizione? A mio avviso c’è bisogno di interventi strutturali su più fronti, a partire dall’educazione e dalla formazione, con programmi mirati per avvicinare le ragazze alle discipline STEM fin dalla scuola primaria, contrastando quegli stereotipi che da sempre le allontanano dalle cosiddette carriere maschili. È importante, ora, garantire visibilità alle donne che già occupano posizioni di rilievo attraverso mentorship e role model, perché possano ispirare le più giovani e creare una catena virtuosa. Le aziende sono in questo caso le basi attraverso cui adottare politiche inclusive, con processi di selezione che vadano a contrastare energicamente i bias inconsci, i percorsi di carriera trasparenti, la flessibilità lavorativa e un deciso contrasto al fenomeno del glass ceiling. C’è bisogno di una regolamentazione attenta, con norme che includano la diversità come criterio di valutazione per i progetti di AI finanziati con fondi pubblici.

Concludo dicendo che il futuro dell’AI non può essere scritto da una sola metà dell’umanità. Perché una tecnologia che si pretende universale deve nascere da uno sguardo altrettanto universale. E in questo, la piena e paritaria partecipazione delle donne non è solo una questione di giustizia, ma è una necessità tecnica, culturale e democratica. Solo abbracciando questa consapevolezza potremo costruire un’innovazione che sia davvero al servizio di tutti, senza lasciare indietro nessuno.