• 15 March 2026
GEOECONOMIA DELL’AI E DEI MINERALI CRITICI

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Fermiamoci un attimino, e guardiamo ad un punto che credo sia fondamentale. E cioè che il sistema economico globale ha in maniera definitiva abbandonato la logica della pura globalizzazione efficiente per entrare in una fase in cui sicurezza nazionale, resilienza industriale e accesso alle risorse strategiche sono diventati i veri driver delle politiche economiche. I minerali critici (litio, cobalto, rame, nichel, grafite e terre rare) non sono più semplici commodity ma infrastrutture materiali senza le quali non possono ormai esistere né la transizione energetica né l’intelligenza artificiale, né l’industria della difesa avanzata. Interessante come inizio no?

Dallo scenario attuale ai futuri equilibri

Dobbiamo fare tutti (assolutamente) un discernimento prima di ogni altra cosa su ciò che realmente vediamo e che sta accadendo. È importante per avere una visione (soprattutto futura) di quello che sarà lo stato effettivo delle tecnologie. La crescita esponenziale dei data center, dell’elettrificazione e delle tecnologie digitali ha fatto da tempo esplodere la domanda di queste materie prime. Sappiamo però che il potere geopolitico non risiede tanto nell’estrazione quanto nella capacità di trasformazione di queste stesse materie. La fase di raffinazione e poi di produzione dei materiali intermedi (il cosiddetto midstream), è oggi il vero collo di bottiglia del sistema mondiale. In questo segmento la Cina ha costruito, in oltre vent’anni di politiche industriali coordinate, una posizione dominante che le consente di esercitare un’influenza sistemica sulle catene del valore globali, anche quando le miniere si trovano in altri continenti. E questa è la prima base dell’analisi.

Ora passiamo agli Stati Uniti. Anche prima dell’avvento dello scapigliato Donald Trump, hanno riconosciuto la natura strategica di questa dipendenza e hanno risposto con una politica industriale esplicitamente improntata sulla sicurezza, ossia finanziamento diretto alla produzione domestica, accordi internazionali per l’accesso ai minerali, creazione di scorte strategiche e integrazione tra industria, difesa e diplomazia. Oh!! Bene! Tutto molto chiaro no? L’obiettivo non è solo quello economico quindi ma soprattutto geopolitico. Però questo lo capiscono anche i marmocchi e cioè che il fine degli Stati Uniti D’America è quello di costruire una filiera tecnologica che possa funzionare anche in uno scenario di decoupling dal sistema cinese. Hai capito lo scapigliato?

Mercati, AI e alfabetizzazione

Ma passiamo all’Europa. La povera e delicata Europa che si trova invece nella posizione più fragile. La sua base industriale è ancora tra le più avanzate al mondo, ma dipende quasi totalmente dall’importazione di materie prime critiche e soffre dei tempi autorizzativi incompatibili con la velocità della competizione globale. Questo crea una contraddizione strutturale. Perché mentre l’Unione è leader nella regolazione dei mercati e nella definizione degli standard, non può controllare le infrastrutture materiali su cui quei mercati si basano. Il rischio allora qual è? Sicuramente non solo economico, ma io ritengo sia sistemico. Diciamo la verità, senza accesso sicuro a energia e materiali, la transizione verde e la digitalizzazione potrebbero trasformarsi in fattori di de-industrializzazione. Quanto è dura questa realtà. E ci battiamo tanto per far capire cosa c’è scritto in quel “papiello” di regole che sanciscono una presa di posizione etica riguardante l’AI. Siamo messi non tanto bene.

Un giorno qualcuno ha detto che l’Africa ci sorprenderà tutti. E allora esaminiamola proprio in questo contesto. Questo incredibile continente è il nuovo baricentro del sistema mondiale. Una terra che possiede una quota decisiva delle riserve globali di cobalto, rame, manganese, platino e di numerosi altri minerali fondamentali per l’economia dell’AI e dell’energia. E rispetto al passato, molti Paesi africani hanno sempre più voce in capitolo in fatto di maggiore capacità negoziale. Attualmente riescono a diversificare i partner, imponendo quote di trasformazione locale e usando poi le risorse come leva per lo sviluppo industriale. Se questa traiettoria realmente si consoliderà (come ci auguriamo che accada però in maniera giusta e non su basi di disuguaglianza), l’Africa potrebbe passare da periferia estrattiva a nuovo polo manifatturiero globale. Se invece prevarranno (come purtroppo la realtà già ci mostra) instabilità e conflitti per il controllo delle rendite, resterà il principale teatro della competizione tra potenze esterne.

Quello che accadrà e quello che vedremo

Voglio provare ad ipotizzare su queste basi il futuro e gli scenari principali che potrebbero delinearsi. Potremmo assistere alla formazione di due ecosistemi tecnologico-industriali paralleli, uno occidentale e uno centrato sulla Cina, con catene del valore duplicate, costi più elevati e minore integrazione globale. Oppure il centro potrebbe spostarsi integralmente sull’industrializzazione mineraria africana, che andrebbe a portare il baricentro della produzione mondiale verso il Sud globale. Ma c’è anche una terza ipotesi (non posso non farla) ed è quella di una crisi della base industriale europea nel caso in cui non riesca ad accelerare la costruzione di una propria filiera completa, dall’estrazione fino al riciclo (ma la vedo molto dura).

In questo bel quadro surreale, ma non troppo, l’Italia va ad occupare una posizione intermedia e ambivalente. Non possiamo definirci attori minerari, né possediamo capacità nei semiconduttori più avanzati, ma abbiamo una forte base manifatturiera, tante competenze nell’automazione industriale, una presenza significativa nella microelettronica di potenza e soprattutto una collocazione geografica unica nel Mediterraneo. Bene! E quindi? Diciamo che questo potrebbe offrirci la possibilità di diventare un hub di trasformazione, riciclo e logistica tra Europa e Africa. Senza una strategia industriale mirata, però, il rischio è restare un trasformatore ad alto valore aggiunto di tecnologie prodotte altrove. (Ops!).

Ritornando e concludendo parlando di inutili norme

Proviamo allora, con il massimo della positività a vedere o a leggere (come preferite) il ruolo dell’AI Act all’interno di questa cornice materiale. La normativa europea ha un impatto reale nella definizione degli standard globali e rafforza il cosiddetto Brussels effect, che poi sarebbe la capacità dell’Unione di influenzare i mercati attraverso la regolazione. Questo però non crea infrastrutture, non produce chip, non garantisce accesso all’energia né ai minerali. Senza una politica industriale parallela, il rischio è che l’Europa diventi il luogo che stabilisce le regole per tecnologie sviluppate e controllate da altri, come in realtà già sta accadendo.

Ultima frase di chiusa è questa, la competizione sull’intelligenza artificiale non è una gara tra algoritmi ma tra sistemi industriali completi. Chi controlla energia, materiali e capacità produttiva controlla anche l’AI. E abbiamo detto tutto (o quasi?).