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Indice
- Perché cerchiamo tutti la visibilità online
- Come l’AI cambia la presenza online
- L’economia dell’attenzione
- Quanto serve davvero essere visibili online
- Cosa cattura davvero l’attenzione
Essere visibili online è diventato un secondo lavoro che quasi nessuno ha scelto. Curiamo il profilo professionale prima di una candidatura, selezioniamo la foto giusta, riguardiamo una storia tre volte prima di pubblicarla, e nel frattempo osserviamo le vite degli altri con una curiosità che non sempre confessiamo. Lavoro, amore e voyeurismo passano per la stessa piazza digitale, e l’intelligenza artificiale l’ha resa ancora più affollata. La risposta breve alle domande che ci poniamo è quella secondo cui la visibilità online serve, ma ne basta molta di meno di quanto possiamo pensare, e l’attenzione delle persone non si conquista con la perfezione, che l’AI produce a costo zero, ma con la specificità. Ecco, l’ho detto.
Perché cerchiamo tutti la visibilità online
Erving Goffman (ed era mezzo secolo prima dei social network), descriveva la vita sociale come una rappresentazione teatrale, con un palcoscenico in cui curiamo l’impressione che diamo e un retroscena in cui possiamo smettere di recitare. Oggi quel retroscena si è assottigliato fino quasi a sparire. O forse non esiste più. Il profilo non si spegne la sera, il nostro curriculum resta in rete mentre dormiamo, e la reputazione online richiede una manutenzione continua (che stress…) come un abbonamento che non si può disdire, e che spesso paghiamo a caro prezzo.
Perché tutto ciò? Sul lavoro, la visibilità funziona come una promessa di competenza che precede l’incontro. Lo sappiamo, siamo consapevoli che prima di conoscerci, qualcuno si è già fatto un’idea di noi leggendo ciò che abbiamo scelto di mostrare. Nei rapporti sentimentali, l’esposizione è il primo atto del corteggiamento, una selezione in cui poche immagini e poche righe decidono se una persona avrà la possibilità di diventare più di un nome. Un po’ triste. Quanto al voyeurismo, non va liquidato come una deviazione, perché si tratta di un bisogno antichissimo, quello di capire come vivono gli altri per misurare la nostra vita su un metro che nessuno ci ha dato. Cambia la scala, perché il cortile del pettegolezzo oggi contiene miliardi di persone e non chiude proprio mai.
Come l’AI cambia la presenza online
La prima conseguenza dell’intelligenza artificiale è quella di aver abbassato il costo della presenza. Scrivere un post ben formulato, rifinire un profilo professionale, generare una foto ritoccata fino alla perfezione, rispondere a decine di messaggi con il tono giusto, tutto fattibile in pochissimi secondi. La qualità media di ciò che vediamo è salita, e con lei l’asticella di ciò che consideriamo accettabile. Un profilo che dieci anni fa sembrava curato oggi sembra nella media, e chi non usa questi strumenti compete con chi li usa senza dirlo. E’ la realtà, signori.
Forse dovremmo a questo punto parlare di fiducia. Davanti a un testo troppo (ma troppo) scorrevole o ad un volto levigato quasi alla perfezione, ci chiediamo, quasi senza accorgercene, se dietro ci sia qualcuno. La risposta è: sì, qualcuno c’è. Più l’AI aiuta a presentarsi bene, più valore acquista ciò che non si fabbrica facilmente, ossia quel dettaglio personale, quell’imperfezione riconoscibile, la voce che non somiglia a nessun’altra.
L’economia dell’attenzione
Potremmo creare uno slogan del tipo (e parafrasando Herbert Simon) TROPPI CONTENUTI, POCHI SGUARDI. Sono convinta anche io che un’abbondanza di informazione tenda a creare una povertà di attenzione. Ed è evidentissimo oggi, perchè produrre contenuti costa quasi nulla, e l’attenzione non solo è scarsa, ma sta diventando sempre più diffidente. I contenuti crescono ad un ritmo che nessuno può seguire, mentre le ore del giorno restano ventiquattro e la nostra capacità di concentrazione non è aumentata di un minuto. Pubblicare di più, con più costanza, non produce più attenzione in proporzione, ma produce spesso solo più rumore e più stanchezza in chi pubblica. E già la vita è abbastanza complicata.
Quanto serve davvero essere visibili online
Partiamo dalla solita e comune visibilità minima di sopravvivenza, (ormai quasi una cortesia). Potremmo descriverla come un luogo in cui chi ci cerca trova chi siamo, cosa facciamo e come contattarci, senza calendario editoriale e senza performance quotidiana. Si fa bene una volta e si aggiorna con regolarità. Ecco. Così, semplice semplice. Poi c’è chi decide per una visibilità ad impegno continuo, la conosciamo bene perché è quella degli algoritmi che premiano la frequenza. Certo, chi vive di comunicazione non ha molta scelta al riguardo.
Io sono per una visibilità mirata, in quanto oltre ad essere quella che rende di più, è anche quella che consiglierei un po’ a tutti. Con un unico obiettivo che è quello di essere agganciati dalle poche persone giuste. Lo sappiamo bene che in un mare di contenuti omologati la specificità diventa una calamita. Non serve essere visti da molti, ma serve essere riconosciuti da qualcuno. In un contesto in cui la perfezione costa poco, l’autenticità online è il vantaggio più difficile da copiare.
Cosa cattura davvero l’attenzione
Esistono due modi di prestare attenzione. Il primo è quello più antico e quasi automatico, ed è quando il nostro sistema attentivo è tarato per rilevare delle novità, delle specifiche emozioni così come un improvviso pericolo, e tutto questo nasce da un istinto cerebrale legato alla sopravvivenza e al posizionamento sociale. È la cosiddetta attenzione esogena, che scatta prima che si prenda qualunque decisione. Su questi meccanismi le piattaforme costruiscono il loro design, con notifiche, colori, scorrimento infinito e ricompense imprevedibili. E qui stiamo parlando di attenzione veloce.
L’altra modalità è quella che scegliamo di dare, lenta, selettiva e costosa, e la riserviamo a tutto quello che ci sembra significativo, coerente con i nostri interessi e magari anche capace di toccarci. Ciò che ci fa passare dal primo al secondo è raramente la perfezione formale. È più spesso la specificità. E allora siamo lì a notare un punto di vista riconoscibile, un dettaglio che nessuno avrebbe potuto inventare in modo generico, una voce che ha magari accettato di rischiare qualcosa parlando con un tono diverso dagli altri. Una competenza spiegata anche nei suoi limiti, un’opinione che ha un costo, un racconto con una nota fuori posto segnalano che dietro c’è una persona, e noi, creature sociali, prestiamo attenzione alle persone molto più che ai contenuti. Non dimentichiamo che la raccomandazione di una persona conosciuta vale più di mille impressioni anonime, ed è per questo che la reputazione online che conta si costruisce per accumulo di coerenza, e quasi mai per esplosione di popolarità.






