- Home
- Intelligenza NON Artificiale dei sapori
- Delia, la Tarte Tatin e l̵ ...

E’ andata più o meno così.
Un sabato salentino. Di solito con Fede (Federica P. per gli amici) andiamo a farci un pranzetto al di là di qualunque altra esigenza esistenziale. Lo facciamo perché entrambe siamo sempre sommerse da impegni e dal lavoro (Fede in maniera quasi disumana, ma deve avere delle batterie al litio nascoste da qualche parte) e soprattutto perché fa bene fare qualcosa che ci fa stare bene. La parola bene è ripetuta più volte per necessità emotiva interna di questo articolo.
Pranzo squisito. Ottime portate in un ristorantino niente male, semplice, tutto pesce, incredibile anche per Lecce, ma è la verità, si sentiva quasi lo sciabordio delle onde (ma del luogo probabilmente parleremo in un altro pezzo di questa rubrica). Parlando allora del più e del meno ci siamo dette che la vita non può essere solo intelligenza artificiale (e noi ci bazzichiamo dentro alla grande), ma vanno riscoperti e ricordati anche i sapori e gli odori che ci fanno stare bene.
E allora? Molto semplice. Le dico che un amico di un’amica mi ha detto che girato l’angolo dopo Piazza Mazzini, in via Imbriani, credo al numero 53, c’è una pasticceria di una ragazza che ha mischiato la Francia con un sacco di altre cose zuccherate che allietano il palato e che allora va assolutamente provata.

Fede non si tira mai indietro di fronte alla scoperta avventurosa di nuovi sapori (lei è un Sagittario puro), così le dico che se è proprio vero che c’è da quelle parti una tipa che ha deciso di fare dolci e altre meraviglie infilandoci un po’ di friandises, mi è allora venuta voglia di scoprire se fanno anche il mio dolce preferito: La Tarte Tatin. Perfetto, dal ristorantino tutto pesce e freschezza ci dirigiamo a piede spedito (ormai sono le tre del pomeriggio passate) verso la pasticceria. Premetto che non abbiamo idea del nome né dell’insegna o di qualunque altra cosa che ci possa rimandare ad una memoria visiva, ma io mi ricordavo da indicazioni amicali di un “in fondo alla strada, poi sinistra e poi sulla destra”. Ed è vero. Le indicazioni sono precise e noi ci ritroviamo di fronte alla Pasticceria DELIA.
L’esterno ci piace, ma mai come l’interno: quadri di noti pittori francesi alle pareti, fiori color rosa pastello che accompagnano le sedute e i divanetti, un ché di bohémienne pervade le lunghe vetrine con qualunque cosa di meraviglioso che l’estro umano possa riuscire a creare in fatto di pasticceria e panificazione. Ci piace, moltissimo. Il mio sguardo si perde tra colori di ciliegine su tortine merlettate e sbuffi di cioccolato appoggiati su giardini di delizie. Tutte in fila, sull’attenti, come se ci stessero aspettando.
“Benevenute!”, sento una voce che ci saluta, per un attimo mi sembra venga da un enorme croissant ma in realtà è un ragazzo dalla faccia gentile e con un grembiule elegante che ci guarda, comprendendo che stiamo mettendo piede per la prima volta su questo nuovo pianeta delle delizie.
“Buongiorno, avete della Tarte Tatin?”, vado subito al sodo (nella vita bisogna fare così).
“Sì certo”, mi risponde, “ne facciamo una rivisitazione”.
A questo punto il mio pensiero si divide in due linee opposte anche se parallele. La risposta non è delle più semplici da interpretare, perché se la rivisitazione poi non è come la mia adorata Tarte Tatin, non vorrei trovarmi all’interno di una scelta sbagliata. Guardo Fede, che mi rimanda uno sguardo che mi ricorda all’improvviso la scena di Indiana Jones nel momento in cui deve saltare nel vuoto e aggrapparsi ad una liana che è sul punto di spezzarsi.
“Va bene, proviamo la rivisitazione”, dice lei.
“Ne prendiamo due”, aggiungo io.
E da qui inizia un viaggio che le nostre papille gustative forse non dimenticheranno mai più. Non solo questa specie di buffo esemplare di un disco volante capovolto e riempito per magia, è una delle cose più buone che abbia mai mangiato di sabato pomeriggio (oltre alla Tarte Tatin originale), ma è un insieme di mousse, cuore di mele, cannella, e deve esserci un filtro magico che apre anche una parte del cervello addetta ai neurotrasmettitori, perché dopo solo un cucchiaino (e in questo articolo per scelta vi verrà mostrato l’attimo dell’affondo godurioso) non si vorrebbe mai smettere di mangiarlo.

Guardo di nuovo Fede che estasiata sta viaggiando anche lei su di un altro pianeta, e comprendo come questa giovane donna dal nome Delia, sia riuscita a mettere dentro un piccolo bistrot una serie interminabile di esperienze come poi ci ha raccontato, insieme a Giovanni (il ragazzo che pensavo fosse un croissant parlante). La storia di Delia Salvo è piena di cose belle.
Molti viaggi, Milano, Madrid per un po’ di anni, poi la moda, dopo una laurea in lingue e letterature straniere. Poi un corso che le ha aperto la strada alla creazione non più delle stoffe ma delle cialde e della pasta sfoglia, diventando un esempio di arte del gusto raffinato. E poi la Francia, sempre, fino a quando decide di tornare in terra pugliese cercando di trasmettere tutto quello che aveva imparato a mischiare con sapiente estro. Il cucchiaino credo di averlo leccato un’infinità di volte, come se avessi voluto rendere perpetuo il gusto delle mele e della cannella con quella sottile pasta frolla.
Davvero un posto diverso. E’ naturalmente sicuro che porterò con me questa esperienza e che ci tornerò molte altre volte. E Fede la pensa come me. Anche perché ci sono un’infinità di altre cose da assaggiare, chiacchierando così tra un fiore e un quadro, aspettando la primavera salentina.






