• 9 February 2026
Alessandro Farolfi

Ho avuto la fortuna di incontrare Alessandro Farolfi (Medtronic) durante una conferenza tenutasi presso l’Ateneo in cui lavoro. Già nel suo modo di sedersi e di ascoltare ho capito subito che si trattava di un essere umano più che entusiasta (cosa abbastanza difficile in certi ambienti), e soprattutto un vero esperto della materia di cui si accingeva a parlare al pubblico di studenti (anche questa cosa non sempre scontata…). Quando si agisce all’interno del campo delle nuove tecnologie abilitanti, in questo caso rivolte all’ambito medico, non sempre si riesce a creare una immediata empatia, che si tratti dell’interlocutore, o esperto, intervenuto per la data occasione, o dei discenti in ascolto. La verità però è che Farolfi è un romagnolo di quelli puri, e quindi dotato di apertura mentale e di grande giovialità, il che rende le cose molto più divertenti anche se le tematiche sono profondamente serie. E questo fa bene all’ambiente del lavoro e porta l’utenza in generale a trovarsi più comodamente predisposta ad essere attenta. La medicina sta cambiando, la ricerca scientifica veleggia verso mari tecnologici sempre più ampi, ma se la parte umana di chi è preposto a spiegare le metodiche e le virate, non è umanamente palpabile, le tempistiche di apprendimento e di confronto subiscono un forte danno (questo è il mio parere). Alessandro Farolfi (e si può capire subito dallo scintillio dei suoi occhi quando parla di moglie e figli) è invece naturalmente strutturato per rendere ogni suo intervento una iniezione vera di sapere e di istigazione al coraggio nel mettercela tutta, credendo nel futuro e nell’innovazione scientifica. Gli ho fatto qualche domanda.

Quanto è distante il mondo della chirurgia tradizionale da quello che oggi possiamo definire chirurgia aumentata dalle tecnologie digitali? E soprattutto, qual è la reazione dei chirurghi di fronte a questi strumenti che, in fondo, mettono in discussione decenni di pratiche consolidate?

Il divario tra la chirurgia tradizionale e quella che oggi definiamo chirurgia aumentata dalle tecnologie digitali non è concettuale quanto operativo e culturale. I principi fondamentali della disciplina chirurgica rimangono invariati. Ciò che cambia in modo significativo è il contesto in cui questi principi vengono applicati: l’integrazione di sistemi di intelligenza artificiale e piattaforme digitali consente una formazione più veloce, una maggiore precisione intraoperatoria, esiti migliori grazie a soluzioni che supportano un miglioramento continuo ed una standardizzazione delle best practice. La distanza percepita deriva dal passaggio da un approccio basato prevalentemente sull’esperienza individuale a uno supportato da dati e decision support system. Questo cambiamento richiede nuove competenze, un diverso modo di apprendere e una revisione delle modalità tradizionali di formazione e pratica clinica. Per quanto riguarda la reazione dei chirurghi, si osserva un crescente interesse e una progressiva accettazione. In particolare, quando le tecnologie digitali dimostrano un reale valore aggiunto, esse vengono percepite come strumenti di supporto che amplificano, anziché sostituire, le competenze del chirurgo. In questo senso, la chirurgia aumentata non rappresenta una rottura con il passato, bensì un’evoluzione della pratica chirurgica, nella quale l’esperienza umana rimane centrale e viene potenziata dall’uso consapevole e critico delle innovazioni tecnologiche.

Dal punto di vista economico, quanto incide il fattore costo nell’equazione tra innovazione tecnologica e sostenibilità del sistema sanitario nazionale?

Dal punto di vista economico, il fattore costo rappresenta un elemento determinante nell’equilibrio tra innovazione tecnologica (AI e Digital Health) e sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). In un contesto caratterizzato da risorse pubbliche limitate e da una crescente domanda di servizi sanitari, il costo costituisce un vincolo strutturale non eludibile.

In tale scenario, l’innovazione tecnologica disruptive (AI e Digital Health) introduce un fattore in grado di massimizzare il valore, inteso come rapporto costo–beneficio, pur comportando elevati costi di transizione di natura operativa, più che economica, quali, ad esempio, il cambiamento organizzativo e le resistenze interne. Con investimenti pari a poche decine di migliaia di euro è possibile ottenere outcome fino a dieci volte superiori; ad oggi, non esistono soluzioni alternative che presentino un analogo rapporto costi-benefici. In questo contesto assumono un ruolo cruciale gli strumenti di valutazione, quali l’Health Technology Assessment (HTA), la governance dell’innovazione e soprattutto l’execution dell’implementazione, chiamata a gestire e mitigare le resistenze interne e i costi di transizione operativa. Un aspetto ampiamente sottovalutato è rappresentato dal costo del “non innovare”, definito nello Strategic Cost Accounting come costo opportunità. Sistemi tecnologici obsoleti, inefficienze operative, incremento del contenzioso e degli errori clinici generano un costo economico e sociale significativamente superiore rispetto all’investimento iniziale, spesso limitato a poche migliaia di euro. Dal punto di vista economico, pertanto, il costo di soluzioni quali AI e Digital Health non deve essere considerato un antagonista, bensì un alleato strategico attraverso cui incrementare concretamente la sostenibilità del sistema salute. Il vero rischio per il SSN non risiede nello spendere per innovare, bensì nell’innovare in assenza di un’adeguata execution dell’innovazione.

Secondo un’indagine le tecnologie digitali potrebbero aiutare ad affrontare le disparità nell’accesso all’expertise chirurgica, soprattutto nelle comunità con risorse limitate. In Italia abbiamo criticità simili, con centri di eccellenza concentrati in alcune regioni e ospedali periferici che faticano a garantire standard elevati. Come immagini l’evoluzione del sistema sanitario italiano rispetto a queste realtà nei prossimi cinque-dieci anni?

Si tratta di un’ottima domanda, rivolta alla persona giusta poiché so perfettamente di cosa si tratta. Ho maturato la mia esperienza professionale all’interno di multinazionali con sedi a livello globale; tuttavia, la mia famiglia, me compreso, risiede da prima dell’unità d’Italia in un piccolo comune della Romagna a cui sono profondamente legato, Castel Bolognese, un centro di circa 9.600 abitanti e quindi gli spostamenti sono quotidiani. Nei prossimi cinque-dieci anni, il sistema sanitario potrebbe evolvere verso una maggiore equità nell’accesso all’expertise clinica, grazie all’integrazione delle tecnologie digitali e dei modelli organizzativi innovativi. Tecnologie come il teleconsulto, la chirurgia assistita da intelligenza artificiale e le piattaforme di formazione a distanza possono supportare gli ospedali periferici, permettendo di condividere le best practices senza la necessità di spostamenti fisici dei pazienti o dei medici. Parallelamente, sarà fondamentale sviluppare reti di collaborazione tra centri di eccellenza e strutture locali, accompagnate da linee guida standardizzate e da sistemi di monitoraggio della qualità clinica. Questo approccio può contribuire a ridurre le disparità territoriali, migliorare gli outcome pazienti e ottimizzare l’allocazione delle risorse.

L’Italia ha l’opportunità di trasformare le sfide legate alla concentrazione delle eccellenze in un modello di sanità più inclusiva e resiliente, in cui l’innovazione digitale diventa un fattore abilitante per l’equità territoriale.

Quanto tempo serve realmente ad un chirurgo esperto per padroneggiare le nuove piattaforme? E soprattutto, come si bilancia l’urgenza di innovare con la necessità di garantire la massima sicurezza per i pazienti durante questa fase di transizione?

Il tempo necessario a un chirurgo esperto per padroneggiare nuove piattaforme digitali o sistemi di chirurgia assistita da intelligenza artificiale dipende da diversi fattori: complessità della tecnologia, esperienza pregressa con strumenti digitali, frequenza di utilizzo e qualità della formazione ricevuta. In generale, studi e report internazionali indicano che per ottenere una competenza operativa sicura e affidabile possono essere necessarie poche settimane, con un periodo iniziale di supervisione e affiancamento. Il vero equilibrio tra urgenza di innovare e sicurezza del paziente si realizza attraverso un approccio strutturato e graduale come una formazione intensiva, l’adozione progressiva della tecnologia per ridurre il rischio clinico, e soprattutto il monitoraggio continuo degli outcome clinici, con revisione costante delle performance e l’integrazione dei protocolli di sicurezza esistenti, aggiornandoli in funzione delle nuove tecnologie. Questo perchè l’innovazione tecnologica deve essere vista come come un processo gestito e governato, dove la formazione del chirurgo, la supervisione e la valutazione sistematica dei risultati garantiscono che l’adozione dell’innovazione tecnologica migliori gli outocome pazienti e le performance del sistema.

Dopo anni di esperienza in questo settore in continua evoluzione, qual è la tua visione personale sul futuro della chirurgia?

Pur non essendo un chirurgo, desidero condividere una riflessione personale, senza alcuna pretesa di autorevolezza, ma con l’intento di offrire comunque una risposta. La mia visione della chirurgia si concentra su integrazione tra competenza umana e innovazione tecnologica. Credo che nei prossimi anni assisteremo a un modello sempre più collaborativo, in cui il chirurgo non sarà sostituito dalla tecnologia, ma coadiuvato da strumenti digitali e intelligenza artificiale, che permetteranno interventi più precisi, personalizzati e sicuri. Un po’ come in F1 dove ad oggi i piloti guidano comunicando con il proprio ingegnere di pista. Parallelamente, immagino una diffusione più capillare dell’expertise chirurgica, grazie a piattaforme di formazione a distanza, che potranno ridurre le disparità territoriali e migliorare gli esiti per i pazienti anche nelle strutture periferiche. In definitiva, il futuro della chirurgia sarà guidato dall’innovazione ma radicato nella competenza, nell’esperienza e nella responsabilità clinica dei professionisti. L’obiettivo sarà coniugare efficienza, sicurezza e accessibilità, trasformando le sfide tecnologiche in opportunità concrete di miglioramento della cura.

Quale consiglio daresti alle nuove generazioni che vogliono entrare in questo settore, considerando che dovranno navigare in un panorama dove tecnologia, medicina, etica e business si intrecceranno in modo sempre più complesso?

Interpretate il cambiamento come una opportunità di miglioramento ed una occasione di crescita, siate resilienti e “fate della vostra vita un capolavoro” (come diceva qualcuno più bravo di me), ma soprattutto ricordate che “Chi non fa non sbaglia…quindi sbagliate!”.