• 8 June 2026
Gondola

Francesco Cecchini e Stefano Tassin, ovvero, come un’intuizione clinica ha cambiato la vita di migliaia di pazienti con Parkinson

La malattia di Parkinson colpisce in Italia circa 300.000 persone, con 6.000 nuovi casi ogni anno. Rappresenta la seconda patologia neurodegenerativa per prevalenza dopo l’Alzheimer, e il numero di persone che ne sono affette è destinato a raddoppiare nei prossimi quindici anni. Colpisce circa l’1% della popolazione sopra i 65 anni, e c’è un dato che ha un significato più allarmante rispetto ad altri: un paziente su quattro ha meno di 50 anni al momento della diagnosi, e il 10% ha meno di 40 anni. Non si tratta più, quindi, solo una malattia degli anziani. Tra i sintomi più invalidanti i disturbi del cammino e dell’equilibrio sono quelli che maggiormente disturbano l’autonomia dei malati. Il passo trascinato, la riduzione della lunghezza del passo, il freezing (ossia il congelamento improvviso durante la marcia), sono tutti sintomi che i farmaci dopaminergici, spesso non riescono a trattare con la stessa efficacia, specialmente nelle fasi medio-avanzate della malattia. È in questo spazio terapeutico non ancora coperto che si inserisce Gondola Medical Technologies.

L’azienda fondata nel 2011 da Francesco Cecchini e Stefano Tassin ha una storia alquanto particolare che vede il suo principio nel giorno in cui Tassin, esperto in neuroriabilitazione, fa una scoperta clinica durante una seduta. Stimolando un punto specifico del piede di un paziente con Parkinson, osserva un immediato miglioramento della capacità di camminare. Cecchini, con una formazione in economia e management e nessuna esperienza nel settore medico si mostra inizialmente scettico, ma poi guardando il video di una paziente che, dopo il trattamento, aveva ripreso a camminare quasi normalmente, ne rimane profondamente stupito. Quell’episodio lo convince ad immergersi nello studio della malattia, a confrontarsi con neurologi e ricercatori, e a fondare l’azienda. Oggi Gondola ha sviluppato un dispositivo medico che eroga la terapia AMPS (Automated Mechanical Peripheral Stimulation), una stimolazione meccanica localizzata su due punti specifici di ciascun piede, della durata di meno di due minuti per sessione. Il dispositivo ha ottenuto il marchio CE e la designazione Breakthrough Device della FDA. Un recente studio clinico multicentrico condotto su 83 pazienti ha confermato infatti che la terapia migliora la velocità del cammino e la lunghezza del passo, con un impatto clinico moderato ma significativo. In questa intervista, Francesco Cecchini ci racconta il percorso che lo ha portato da economista a CEO di una medtech, la visione che guida l’azienda, e il senso più profondo di un trattamento che non mira solo a migliorare un parametro clinico, ma a restituire alle persone qualcosa di fondamentale, ovvero, la libertà di camminare.

Cosa significa davvero, per una persona che convive ogni giorno con il Parkinson, scoprire che esiste qualcosa di così radicalmente diverso, rapido, non invasivo, e quasi domestico nel suo approccio?

La malattia di Parkinson è molto insidiosa, perché si “avvicina” in modo subdolo, spesso i pazienti vanno dal medico perché da tempo hanno piccoli sintomi che li disturbano, e che piano piano diventano più presenti nella loro vita, più impattanti, così un giorno ricevono la cattiva notizia che quei sintomi non erano altro che i segnali di una malattia cronica e che peggiora nel tempo. Gli approcci consolidati si basano su farmaci, da assumere più volte al giorno e in dosi crescenti nel tempo, ai quali il corpo del paziente risponde tendenzialmente sempre meno, e, in alcuni casi, si basano anche su dispositivi medici invasivi, in particolare una specie di “pace maker” che stimola il cervello tramite elettrodi impiantati nello stesso, approccio che funziona bene sul tremore, ma ovviamente è molto invasivo, e può avere effetti collaterali. È interessante che problemi motori, lentezza di cammino, scarso equilibrio, e “freezing della marcia” – un problema molto disabilitante, sono sintomi che nel tempo non rispondono in maniera soddisfacente ai trattamenti standard, e addirittura possono essere aggravati dagli stessi, in particolare il freezing. Per una persona con malattia di Parkinson poter avere a disposizione un approccio aggiuntivo, senza effetti collaterali, disponibile direttamente a casa in modo semplice e discreto, che si integra con i trattamenti tradizionali, può significare aprire un nuovo capitolo di vita con il recupero di una qualità della vita, grazie all’autonomia e alla maggiore indipendenza nelle attività quotidiane, che può veramente fare la differenza e ridare il sorriso e la gioia di vivere.

I benefici della terapia arrivano in fretta, ma chiedono continuità, sedute regolari, un ritmo nuovo da costruire. Come entra questa routine nella vita di un paziente? E cosa cambia dentro di lui sapere che il miglioramento non è qualcosa che dovrà aspettare mesi, ma una cosa che può sentire già nel corpo, subito?

Francesco Cecchini e Stefano Tassin con un dispositivo Gondola
Francesco Cecchini e Stefano Tassin con un dispositivo Gondola

Prima di parlare della terapia erogata dal nostro dispositivo, dobbiamo ricordare che chi ha la malattia di Parkinson deve assumere come terapia standard dei farmaci più volte al giorno, sono farmaci che hanno una emivita di poche ore; quindi, spesso incontriamo pazienti che prendono le pastiglie anche 5 o 6 volte al giorno. In questo contesto, l’idea di ripetere una terapia veloce, che dà benefici subito e che durano fino a due o tre giorni dopo il trattamento, che di solito viene usata la mattina appena alzati a giorni alterni, è sicuramente un piccolo sforzo in più, e che è sicuramente meno invasivo rispetto a quanto non accada già per i trattamenti farmacologici in corso. E la velocità del risultato che si ottiene, spesso è una sorpresa gradita dai pazienti che rispondono positivamente al trattamento!

I dati degli studi clinici che si riferiscono a Gondola (la velocità del passo, la lunghezza del passo) dicono molto, ma non dicono tutto. Dietro quei numeri ci sono persone, momenti, storie che rimangono. Ce n’è una in particolare che portate con voi?

Di storie, di esperienze personali, ce ne sono molte. Quella che maggiormente ci “scalda” è la storia di una signora che tanti anni fa ha acquistato uno dei primissimi dispositivi messi in commercio. Aveva il Parkinson, e quattro figli che si prendevano cura di lei in modo amorevole. Siamo rimasti in contatto per anni, anche perché per mantenere efficacia è importante che ci sia un aggiornamento periodico, in genere una volta all’anno, dei parametri della terapia. Quando questa signora, dopo oltre otto anni da quando ha iniziato a usare il dispositivo che eroga la nostra terapia, è mancata, i figli ci hanno mandato un messaggio di ringraziamento molto “caldo”, perché avevamo regalato a loro mamma un nuovo capitolo di vita molto piacevole e dignitoso, cosa che, a causa del Parkinson, non pensavano sarebbe più stato possibile.

Nel percorso di chi vive con il Parkinson arriva spesso un momento in cui la malattia sembra prendere il sopravvento sulla volontà. In quel momento fragile e difficilissimo, cosa può significare per una persona sapere che c’è ancora qualcosa che può fare per sé stessa, qualcosa che dipenda da lei?

Come ti dicevo prima, il Parkinson è insidioso, infido, subdolo. E per la maggior parte delle persone che hanno questo problema arriva, prima o poi, un momento in cui sentono che stanno “perdendo la partita”. E vorrei allargare lo zoom: ricordiamoci che questa è una malattia “familiare”, il decadimento progressivo del paziente si riflette e ha impatto su tutte le persone che gli stanno vicine. Si, quel momento è fragile, molto difficile, impattante. Ecco, questo è forse uno degli ostacoli maggiori che troviamo nel nostro percorso: le persone, sia il paziente che i suoi caregivers, in molti casi hanno “perso le speranze”, si sono abituati a questo stato di disabilità, e non pensano che si possa recuperare una parte di quelle capacità perdute a causa del Parkinson. È questo, il recupero di una parte di quella indipendenza che hanno sempre avuto, ciò che noi cerchiamo di dare loro, e quando lo scoprono, se ne rendono conto, ti assicuro che c’è una felicità che ricompensa per il lavoro fatto e le difficoltà che nella fase di sviluppo abbiamo passato.

Credo voi siate stati più volte testimoni della fatica di convincere neurologi abituati a ragionare in termini farmacologici ad aprirsi a una terapia fisica. È una distanza culturale prima ancora che scientifica. Come si costruisce, concretamente, un rapporto di fiducia tra chi ha l’abitudine di curare e chi arriva con qualcosa di nuovo?

Questo è uno dei problemi maggiori, degli scogli che troviamo nel nostro percorso. Recentemente, la società farmacologica giapponese Sumimoto, uno dei principali operatori in campo Pharma, ha comunicato di aver immesso in commercio in Giappone una nuova terapia per ridurre i problemi motori nei pazienti con Parkinson. Questa terapia, che è già rimborsata in Giappone, si basa su un approccio con uso di cellule staminali. L’hanno potuta immettere in commercio, ottenendo il rimborso da parte del loro sistema sanitario nazionale, dopo uno studio clinico con dati su soli sei pazienti! Pensa che negli studi già completati nei quali sono stati documentati i risultati clinici con il nostro dispositivo (tutti studi con esito positivo!), sono stati coinvolti oltre 300 pazienti (!!!). Ebbene, molto spesso, i neurologi parlano con sospetto della nostra soluzione terapeutica, perché dicono che non c’è sufficiente validazione scientifica. E non stiamo neanche parlando di un approccio terapeutico che intende sostituire i farmaci, ma semplicemente affiancarsi ad essi per aumentare la copertura dei sintomi dei quali soffrono i pazienti! Non ho la formula magica per creare questo rapporto di fiducia con i medici, posso solo dire che per noi è una missione, ci stiamo lavorando da anni, e proseguiremo con entusiasmo, energie, serietà e professionalità, finché non avremo raggiunto la possibilità di mettere a disposizione alla maggior parte dei pazienti il nostro approccio terapeutico.

Gondola è un’azienda privata e il dispositivo ha un costo. Ma il bisogno a cui risponde è profondamente collettivo, e riguarda persone che spesso non hanno la possibilità di scegliere le cure migliori per ragioni economiche. Come immaginate che questa terapia possa diventare davvero accessibile, non solo a chi può permettersela?

Tocchi un tema fondamentale. Le nostre attività negli anni passati si sono concentrate su due fronti: lo sviluppo di un prodotto che potesse erogare la terapia in modo semplice e affidabile (non dimentichiamo che gli utenti ai quali ci riferiamo sono persone adulte, spesso anziane, con una malattia neurodegenerativa), e, secondo fronte, la conduzione di studi clinici rigorosi per validare i risultati ottenuti con la terapia. Non ci siamo ancora dedicati adeguatamente alla documentazione degli aspetti di costi/benefici, ed alle pratiche di rimborsabilità. In regione Lombardia c’è un bando regionale, rifinanziato annualmente, che a determinate condizioni rimborsa i pazienti per l’importo del 70% di quanto hanno investito in strumenti tecnologicamente avanzati, come il nostro dispositivo, che riducano i disturbi motori. Ma in tutte le altre regioni, ad oggi purtroppo questo innovativo approccio terapeutico è interamente a carico dei pazienti. Lavoreremo su questo aspetto, ma prima di arrivare ad avere una copertura dei costi da parte dei sistemi sanitari regionali, purtroppo temo ci vorrà ancora tempo.