
È molto importante oggi parlare di intelligenza artificiale in Italia, consapevoli del fatto che ciò significhi tenere insieme due storie che procedono a velocità diverse. La prima è quella normativa, in cui il nostro Paese ha scelto di muoversi per primo in Europa con una legge nazionale dedicata. La seconda è quella economica e industriale, in cui il mercato cresce a ritmi sostenuti ma le imprese, soprattutto le più piccole, faticano ancora a trasformare l’interesse in uso quotidiano.
Una legge nazionale che anticipa il resto d’Europa
La legge numero 132 del 23 settembre 2025, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 25 settembre ed entrata in vigore il 10 ottobre, rappresenta il primo intervento organico dell’ordinamento italiano sul tema, come ricostruisce Agenda Digitale nella sua analisi. Diversi studi legali la indicano inoltre come la prima legge nazionale sull’IA adottata in uno Stato membro a integrazione del regolamento europeo.
Il punto da capire è che la norma non sostituisce l’AI Act e non aggiunge nuovi obblighi tecnici ai sistemi, che restano disciplinati da Bruxelles. Interviene invece negli spazi lasciati agli Stati, cioè lavoro, professioni ordinistiche, diritto d’autore e diritto penale. L’impostazione è dichiaratamente antropocentrica, con principi di trasparenza, responsabilità e controllo umano che attraversano sanità, pubblica amministrazione e mondo del lavoro. Sul piano penale la legge introduce un’aggravante per i reati commessi con sistemi di intelligenza artificiale e punisce la diffusione illecita di contenuti generati o alterati, i cosiddetti deepfake, mentre sul diritto d’autore estende la tutela alle opere create con il supporto dell’IA purché vi sia un apporto intellettuale umano.
Quanto alla governance, il testo coordinato della legge designa AgID e ACN come autorità nazionali per l’intelligenza artificiale, lasciando a Banca d’Italia, Consob e IVASS il ruolo di vigilanza del mercato nei rispettivi settori. È previsto anche un osservatorio nazionale sull’IA nel mondo del lavoro, pensato per monitorare gli effetti dell’adozione sulle professioni e sull’occupazione.
I decreti attuativi
Trattandosi di una legge-delega, il suo peso concreto dipende dai decreti legislativi che il Governo deve emanare. Il 10 giugno 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato in via preliminare due decreti di adeguamento alla normativa europea, e il sottosegretario Alfredo Mantovano ha rivendicato che l’Italia è la prima nazione a dotarsi di una disciplina organica, ribadendo che al centro non c’è la macchina ma la persona.
Il termine per esercitare la delega scade a dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, quindi in questo mese di ottobre 2026. Siamo dunque nella fase in cui vale la pena seguire con attenzione la pubblicazione dei testi definitivi, perché la qualità di questi provvedimenti determinerà quanto la regolazione italiana sarà efficace e coerente con i principi costituzionali ed europei.
Un mercato in crescita che vale 1,8 miliardi
Sul lato economico i numeri sono incoraggianti. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato italiano ha raggiunto 1,8 miliardi di euro nel 2025, con una crescita del 50% sull’anno precedente. Un anno prima il valore era di 1,2 miliardi, con un incremento del 58%. La ricerca censisce oltre mille aziende italiane che offrono soluzioni di IA e 135 startup finanziate negli ultimi cinque anni, per lo più con proposte verticali su settori come sanità e fintech.
Il segnale più forte arriva dal mondo dei capitali. Come evidenzia EconomyUp, i finanziamenti alle startup legate all’IA valgono circa il 30% di tutto ciò che le imprese innovative italiane hanno raccolto, con investimenti quadruplicati fino a 429 milioni di euro. Anche Piazza Affari si muove, perché Milano Finanza conta 28 PMI quotate sull’Euronext Growth Milan con un business fondato sull’intelligenza artificiale, che generano oltre un miliardo di ricavi in crescita del 16%.
Le imprese italiane e il divario con l’Europa
Guardando al tessuto produttivo la fotografia cambia tono. Secondo i dati Istat le imprese con almeno dieci addetti che usano tecnologie di IA sono passate dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025, un raddoppio in dodici mesi. Il confronto europeo resta però sfavorevole, con la Germania al 26%, la Spagna al 20,2% e la Francia al 18,1%.
Il vero nodo è la distanza tra grandi e piccoli. Le PMI si fermano al 15,7%, mentre le grandi imprese arrivano al 53,1%, e un ulteriore 11,5% delle aziende dichiara di aver valutato l’adozione senza ancora averla avviata. In un Paese in cui il sistema produttivo poggia in larga parte su imprese di piccole dimensioni, questo divario pesa più che altrove e spiega perché l’entusiasmo dei numeri di mercato non si traduca ancora in una trasformazione diffusa. Le grandi imprese, d’altra parte, guidano l’adozione con una quota del 71%.
I modelli linguistici made in italy
Sul fronte tecnologico l’Italia può contare su alcuni progetti significativi, anche se di respiro diverso rispetto ai grandi modelli generalisti internazionali. Minerva, sviluppato dal gruppo di ricerca della Sapienza, è presentato dall’ateneo come la prima famiglia di grandi modelli linguistici addestrati da zero per l’italiano usando testi ad accesso aperto.
Velvet nasce invece dall’accordo tra Almawave e Cineca come modello italiano open source, multilingue e multimodale. Più orientato al mondo enterprise è il lavoro di iGenius, che insieme a Nvidia ha lanciato Colosseum 355B, un modello pensato per settori regolamentati con particolari esigenze di protezione dei dati. Sullo sfondo c’è l’infrastruttura di calcolo del supercomputer Leonardo di Cineca a Bologna, già utilizzato per addestrare modelli anche non italiani.
La lettura più realistica è che l’Italia stia puntando su nicchie verticali e su una forte attenzione a lingua, cultura e conformità normativa, più che sulla competizione diretta con i colossi globali per i modelli di frontiera.
Competenze e formazione
Se c’è un tema che ricorre in tutte le analisi è quello delle competenze. Tra gli ostacoli principali all’adozione, c’è proprio la carenza di competenze insieme alla poca chiarezza legislativa, mentre la crescita, trainata dall’IA generativa, rischia di rallentare per la mancanza di specialisti in grado di usarla. Servono quindi percorsi di formazione che non si limitino alla tecnica, ma educhino al pensiero critico, alla verifica delle fonti e a un uso consapevole degli strumenti, soprattutto nelle piccole imprese, nelle scuole e nella pubblica amministrazione.
Cosa aspettarsi nei prossimi mesi
L’Italia arriva a questo passaggio con un primato normativo da consolidare, un mercato che corre e un tessuto di imprese che deve ancora colmare il ritardo sull’adozione. I prossimi mesi diranno se i decreti attuativi sapranno trasformare i principi in regole applicabili senza appesantire chi innova, e se gli investimenti in startup e infrastrutture arriveranno anche alle PMI sotto forma di strumenti, risorse e formazione. La sfida, in fondo, non è tanto avere una legge in anticipo quanto costruire una cultura dell’intelligenza artificiale diffusa, capace di rendere la tecnologia un’alleata della competitività e non un privilegio per pochi.






