• 20 June 2024
Storytelling e Metaverso

Parlare di strutturazione di uno storytelling immersivo, implica come prima cosa la capacità di orchestrare un piano di visione che sia a 360°. Quello che quindi andremo a raccontare sarà espressamente valutato e avvertito, in modalità virtuale, dal nostro avatar, e quindi dalla nostra percezione visiva e tattile (non ancora utilizzabile a livello globale).

Che cosa vogliamo raccontare? E soprattutto, qual è il nostro obiettivo? C’è un protagonista? Avremo un paradigma di racconto?

Molte domande giuste, pochissimi esempi ancora.

Attualmente l’utilizzo che si fa delle land virtuali è ancora tutto da quantificare. Ci sono realtà (non solo virtuali) che definiscono l’uso di questa nuova dimensione parallela come quotidiano impiego all’interno di piani professionali. Altri settori, come quelli dell’intrattenimento gestiscono eventi in modalità immersiva coinvolgendo numerosi utenti (sempre sotto forma di avatar).

Ed è questo l’inizio di uno storytelling? No.

Non abbiamo ancora una base che sia strutturale e sulla quale impostare qualunque tipo di comunicazione che possa portare l’utente ad effettuare un viaggio esperienziale unico. Sì certo, esistono le applicazioni in grado di farci viaggiare in epoche storiche ricostruite, o magari racconti monografici su pittori o artisti del passato. Non siamo ancora però arrivati ad una vera gestione del racconto e dell’empatia che questo può avere come ritorno.

Storytelling immersivo, da dove cominciare?

A differenza delle storie narrate in modalità cinematografica o letteraria, portare un avatar a vivere un’esperienza diretta e personalizzata nel Metaverso vuole altre regole e modalità di racconto. Non abbiamo una voce in terza persona che dalle pagine cartacee di un romanzo ci stimoli la fantasia e l’immaginazione, né abbiamo una serie di immagini in movimento secondo montaggio ad hoc che ci fanno vedere come spettatori esterni, quello che una sceneggiatura ha deciso di mostrarci. Nel Metaverso avviene qualcosa di straordinario e che abbatte tutte le barriere percettive. Noi siamo dentro la storia. Noi siamo e facciamo la storia che ci viene narrata nello stesso istante in cui ci immergiamo.

Perché parliamo sempre di immersività quando si tratta di ragionare sul Metaverso? Per chi ha utilizzato un visore sarà del tutto normale utilizzare questa parola e sarà perfettamente in grado di comprenderne i meccanismi diretti e le sensazioni provocate.

Siamo dentro e facciamo parte di quello che ci viene narrato. Lo sappiamo perché lo vediamo (possiamo muoverci al suo interno ed esplorarlo) e lo sentiamo. Possiamo interagire con quello che lo storytelling di base ha preparato per noi. Ed è qui che scatta la visione empatica rivoluzionaria del Metaverso. Quello che vediamo ci piace e concorda con le nostre aspettative e i nostri gusti per il semplice fatto che è stato sviluppato apposta per noi. Ci conosce e ci racconta quello che stavamo cercando di ascoltare.

Protagonisti unici immersivi

Per chi ha avuto modo di studiare C. Vogler e Syd Fyeld sa bene come si fa ad approcciare ad un racconto attraverso paradigma specifico dei tre atti o un semplice viaggio archetipico dell’Eroe.

Per il Metaverso le cose funzionano invece al contrario. Non saremo noi a gestire l’evoluzione della storia, ma sarà l’utente stesso, attraverso il proprio avatar, a decidere cosa vivere e cosa invece lasciare alla fine. Non più quindi una struttura in tre atti monitorabile con sequenzialità di timing, ma una fluida emancipazione del tempo in vista dei movimenti dati dalla percezione di base dell’avatar immerso.

Se la qualità e il genere della creazione virtuale prevederanno un’interazione continua, allora questo schema non schema avrà tempistiche differenti. Mi spiego. Non è la storia che si racconta al suo spettatore virtuale, ma è l’ospite dell’environment costruito che deciderà che tipo di seguito dare alle sue emozioni.

Empatia e Realtà Virtuale

Cosa ci piacerebbe vivere? Che cosa  cerchiamo quando decidiamo di indossare un visore ed entrare nel Metaverso? Questa arbitrarietà collima ancora con la strutturazione vera e propria di “prodotti” virtuali creati appositamente con un semplice obiettivo di intrattenimento. Le piattaforme disponibili al momento fanno ancora le prime veci di social network immersivi. Gli avatar entrano in ambienti creati magari con software come Blender e lì interagiscono (dipende da chi trovano) con altri avatar partecipanti. Certo l’empatia in questo caso non è proprio assicurato che scatti, in quanto la modalità di “passeggio” all’interno delle land virtuali è ancora poco indirizzata verso una qualità di interazione superiore.

Si perde più tempo a guardarsi intorno che realmente a socializzare o a vivere una storia. E quindi? Che cosa ci si aspetta dai creators e da chi opera nel campo dello storytelling immersivo? Semplice. Ci si aspetta delle storie, vere, uniche e soprattutto in grado di creare una reale empatia che lasci il segno. Un collegamento da far percepire come reale e soprattutto…continuativo. Sì perché a differenza del loop sempre uguale della vecchia comunicazione mista a racconto e quindi del basico storytelling, il Metaverso ha la possibilità di rigenerarsi continuamente. Si rigenera lui e si rigenerano le nostre sensazioni che naturalmente non saranno mai uguali alla volta precedente. Perché? Perché il Metaverso è come una pallina di plastilina a cui possiamo dare più forme e in tempi diversi.

Possiamo imbastire un racconto ma sempre tenendo conto della partecipazione dello spettatore. Sempre. Non si ipotizzeranno quindi sempre le identiche strutture di fruizione della storia narrata e del paradigma assoluto del viaggio dell’eroe, ma la possibilità di scelta opzionabile. E poi la velocità di ricezione sarà completamente diversa. Dico sarà, perchè ancora non c’è una condivisione specifica di regole che attestino la veridicità di quanto immaginato nel prossimo futuro.

Protagonista assoluto: Metaverso

I tanti report che si stanno evidenziando anche in relazione alle dinamiche della psicologia cognitiva comportamentale legata agli avatar indicano dei sicuri cambiamenti. La struttura di una relazione che porti ad un confronto tra la mente e il vissuto a livello immersivo terrà e tiene conto di altri processi comportamentali. Gestire una creazione di contenuti che definiscano un’esperienza virtuale di un utente vuol dire tenere conto di tutta una serie di aspetti fino a questo momento giustamente non trattati.

Che si tratti di avatar e loro gestione, che si parli di come assemblare architettonicamente e quindi in maniera visual un environment, i procedimenti di accesso mentale dell’utente sono del tutto nuovi.

Scrivere per il Metaverso vuol dire creare una doppia porta di ingresso. Una appartenente alla prima immagine intuitiva della mente e l’altra alla risposta immediata e interattiva immersivo-virtuale che il Metaverso darà all’avatar presente.

Conclusioni

Ci sono ancora inesplorati campi d’azione tecnica che sottendono ad una pratica giusta, e in via di formazione per quello che riguarda lo storytelling immersivo. Quello a cui faremo sempre più riferimento è una presenza doppia e costante di una possibilità di comunicare qualunque tipo di storia in diverse modalità, ma che avranno sempre un accento globale virtuale.